Luca Messi pugile che ha vissuto sogni e regalato emozioni

Eugenio Sorrentino |

Capita che ci scende dal ring prenda a pugni la sua storia. Non è il caso di Luca Messi, il pugile bergamasco che ha raccontato di sé alla Biblioteca dello Sport “Mario Marabini”, scegliendo di farlo la sera dell’11 settembre, data non casuale. Nel 2001, il giorno prima, insieme all’allora dirigente di Bergamo Boxe Omar Gentile, era sulle torri gemelle. Arrivati in cima alle 17:23 del 10 settembre, l’indomani mattina i due si sono ritrovati ad essere testimoni del dramma che ha cambiato la storia del mondo. Nel pomeriggio del 10 settembre aveva fatto da sparring-partner a Michele Piccirillo, che avrebbe dovuto combattere il 15 settembre 2001, in una riunione ovviamente poi annullata. Professionista dal 1998, Luca Messi era giunto per la prima volta negli USA il 9 settembre con il sogno di combattere come Rocky. Rientrò in Italia qualche giorno dopo senza averlo potuto ancora fare. Le sue qualità di pugile erano emerse, appena diciottenne, nel garage di Omar Gentile, il quale si accorse delle straordinarie doti di velocità nel portare i colpi. “Sul ring abbiamo tutti paura, ma dobbiamo controllarla” – dice Messi rispondendo all’amico avvocato Benedetto Maria Bonomo, che lo incalza. L’avversario più difficile? Alejandro Garcia, affrontano nel match per il titolo mondiale che arrivava da 23 incontri vinti tutti per ko. Prima di arrivare alla grande sfida, organizzata da Don King, la svolta è maturata quando ha avuto l’opportunità di combattere per la prima volta fuori dall’ Italia, a Copenaghen, contro un boxer danese di origine palestinese, il quale vinse ai punti. Ma quell’incontro, in cui fece emergere le sue doti, gli ha spianato la via della scuderia di Don King in America. Dopo essere stato campione italiano dei pesi welter, passò di categoria combattendo da superwelter per il titolo nazionale, conquistato al palazzetto dello sport di Bergamo per squalifica dell’avversario, che con una testata gli aveva provocato una ferita al settimo round. Ad agosto 2005 la chance del mondiale a Chicago, anticipata dalla conferenza stampa del 16 giugno di quell’anno nel mega impianto che ospitava i grandi eventi sportivi. In quella stessa serata avrebbe combattuto anche un altro, grande pugile italiano, Michele Piccirillo, molto tecnico, contro cui avrebbe dato poi vita a un derby per il campionato europeo. La federazione pugilistica non vide di buon grado la presenza di Messi sul cartellone. Ma tant’è. Sul ring salì un altro Messi. Il giornalista Riccardo Crivelli era a Chicago e ricorda che Messi gli aveva detto che i primi 15 successi per ko del suo avversario erano stati ottenuti contro avversari abbordabili. “Le prime due riprese di Messi sono state un capolavoro di tecnica e tattica. Garcia ha cominciato a fare la differenza dal settimo round” – ha ricordato Crivelli. Con più esperienza sulle spalle, la storia di Messi sarebbe stata diversa. Nonostante la sconfitta, dal ring di Chicago scese un pugile con una consapevolezza diversa. “Non posso avere rimpianti, perché ho realizzato il sogno della mia vita” – sottolinea Luca Messi. Anche un altro giornalista, Fausto Narducci, che ha vissuto l’epoca d’oro della boxe italiana, di cui Messi ha fatto parte, ribadisce le doti per certi versi uniche del pugile nato e cresciuto a Ponte San Pietro. Dove da adolescente, per ricevere un autografo, ha bussato a casa di Angelo Rottoli, il peso massimo che combatté per il titolo mondiale a Bergamo, scomparso nel 2020 vittima del Covid. “Sono stato attore del film della mia vita di pugile” – dichiara Luca Messi, il quale non nasconde di essere stato ispirato da un campione come Angelo Rottoli. 

OmarGentile definisce Messi zelante, maniacale, preciso, mai fuori peso, attribuendogli il grande merito di avere regalato emozioni irripetibili al suo staff. 

Nella biblioteca dello sport ci sono i guantoni della sfida mondiale con Garcia e quelli dell’ultimo match, datato 25 aprile 2015. “A farmi smettere è stata la carta di identità – dice Messi, il quale racconta l’odissea iniziata nel 2006. La sua carriera sarebbe stata diversa se, nel 2006, dopo la sconfitta per kot nel match per il titolo europeo con Piccirillo al Vigorelli di Milano, fu sottoposto a visita medica che, tre mesi dopo, lo avrebbe dichiarato non idoneo alla pratica pugilistica causa anomalia di drenaggio venoso alla testa. Un verdetto fuori dal ring che Messi ha contestato perché i medici neurologi più esperti hanno confermato che si tratta di una diversità anatomica congenita. Dopo otto anni da pugile costretto a combattere con licenza estera, è stato dichiarato nuovamente idoneo anche in Italia. 

Massofisioterapista, Luca Messi ricorda di avere sempre lavorato fuori dal ring anche durante il percorso di pugile professionista. Una scelta di vita e responsabilità. “Dentro di me resto un pugile. Il mio cane si chiama Marvin come il grande Hagler” – dice congedandosi dal pubblico in sala, numeroso, che ha accolto l’invito di Paolo Marabini, ideatore della Biblioteca dello Sport, tra cui tanti campioni, dalla sciatrice Lara Magoni, delegato provinciale CONI e sottosegretario regionale con delega allo sport, al velocista Vincenzo Guerini, dal ciclista Vanotti al campione di moto d’acqua Michele Cadei e al plurimedagliato paralimpico Oney Tapia. Di Luca Messi, con la sua storia e gli immancabili aneddoti, sapremo di più una volta pubblicata la biografia che l’amico avvocato Benedetto Maria Bonomo ha annunciato in dirittura d’arrivo.

Luca Messa con accanto l’avv. Benedetto Maria Bonomo alla Biblioteca dello Sport “Mario Marabini” (credits: Pernice Editori)

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