Una serata dedicata alle Olimpiadi, al grande sport ma anche a storie che sono entrate nell’immaginario collettivo. Tutto questo ha trovato spazio nella serata di lunedì 13 aprile alla «Biblioteca dello Sport Nerio Marabini» in occasione dell’evento «A come Atletica». Qui Gianluca Morassi, autore del libro «Never Give Up, l’Incredibile Impresa», e Nicola Roggero, giornalista e decano delle telecronache di calcio e atletica per Sky Sport, sono stati i protagonisti di un’approfondita conversazione su David Wottle, Peter Norman, Abebe Bikila, Emil Zatopek e altri grandi protagonisti dei Giochi estivi del XX Secolo.
Giornalista udinese classe 1962 da anni trapiantato a Lecco, Gianluca Morassi vanta un grande passato nelle giovanili azzurre di atletica. Da qui la decisione di scrivere grandi storie della disciplina, lui che per lavoro si è sempre occupato di economia, concentrandosi nel suo ultimo libro «Never Give Up, l’Incredibile Impresa» su una particolare edizione dei Giochi Olimpici. «Mi interessa Monaco 1972 – ha raccontato -. Enzo Del Forno, primatista italiano nel salto in alto, e il finalista nel lancio del martello Mario Vecchiato avevano partecipato a quelle Olimpiadi, e li ho conosciuti a un camposcuola. Poi ho visitato più volte lo stadio e il parco olimpico di Monaco, entrambi spettacolari. Ho approfondito quei Giochi, di cui ho già scritto un libro sul vincitore della maratona. Si tratta di Frank Shorter, che tra l’altro dormiva proprio nella stessa camera di Dave Wottle. Ora ho voluto approfondire la figura di quest’ultimo, un atleta molto particolare. Famoso perché indossava sempre un cappellino bianco, che lo rendeva all’apparenza piuttosto allampanato. Del Forno disse che lo notarono anche in mensa, era molto originale e indossava anche lì il suo iconico cappellino».
Wottle si aggiudicò la medaglia d’oro negli 800 metri piani grazie a un recupero prodigioso a 250 metri dall’arrivo. Fino a quel momento, addirittura, era ultimo. «Raccontò di aver corso 4 frazioni allo stesso ritmo, disse che quelli davanti lo aspettarono – ha ricordato Morassi -. A 20 anni era un atleta molto promettente, ma si dovette fermare per problemi ai tendini del ginocchio. Si ritrovò proprio nell’anno olimpico, con buone possibilità. Da tre anni dominava però il sovietico Arzhanov, ma Wottle vinse per 3 centesimi, o se preferiamo 9 pollici. L’equivalente di appena 23 cm. Il mondo lo visse come un colpo di scena, ma Martin Liquori, grande mezzofondista che a Monaco 1972 lavorò come telecronista a causa di un infortunio, non fu sorpreso».
«Fu una finale bellissima, la prima in assoluto che ho avuto l’opportunità di vedere. Avevo 8 anni, ma già a quell’età mi stavo appassionando all’atletica – ha raccontato invece Roggero -. La ricordo bene, tifavo Mike Boit, keniano e grande rivale di Marcello Fiasconaro. Si disse che vi parteciparono 7 atleti professionisti e uno passato lì per caso. Era ovviamente Wottle, che si presentò allo start con un’aria quasi distratta, accumulando un ritardo esorbitante dopo 100-150 metri. Ha però affrontato la sua gara dividendola come 4 prove da 200 metri. Mi colpì molto il cappellino, era così emozionato che non lo tolse sul podio al momento dell’inno. Lo interpretarono come un atto polemico verso gli Stati Uniti per la guerra del Vietnam. Quelle peraltro furono Olimpiadi disastrose per gli USA nell’atletica. Ai 100 metri Eddie Hart e Rey Robinson non si presentarono in tempo per un errore, avevano segnato male l’orario di partenza della batteria. Nei 400 Vincent Matthews e Wayne Collett furono squalificati per il comportamento che ebbero sul podio, così non poterono prendere parte alla staffetta».
«Si considerava uno specialista dei 1500, gli 800 per lui all’inizio erano intesi per vivacizzare la sua velocità – ha aggiunto Morassi -. Lui si considerava un miler, che non sapeva interpretare gli 800. Poi si è preso oro olimpico e record cronometrico. Subito dopo i trials, una settimana dopo, decise di sposarsi. L’allenatore era contrario, ma Wottle si sposò a luglio e poi andò a prendersi l’oro olimpico».
«Del resto gli 800 metri sono una gara difficilmente interpretabile – ha aggiunto Roggero -, il dibattito era aperto già allora: si tratta di mezzofondo veloce o velocità prolungata? Io propendo per la seconda, vedo lo specialista 400 che allunga più che il miler che accorcia. Sono molto affascinanti, ma la definizione di mezzo miglio li limita. La bellezza sta nella difficoltà interpretativa, visto che la gara inizia in corsia e finisce alla corda. E a Monaco 1972 Wottle lasciò gli avversari in bagarre e li recuperò tutti quando avevano finito la benzina. Quella peraltro era un’epoca di contestazione. Gli atleti viaggiavano in classe economica e dormivano in alberghi di secondo ordine, mentre i dirigenti avevano tutti gli onori. In più non venivano pagati, tanti dovettero ritirarsi poco dopo i 20 anni, massimo 21-22, perché costretti a fare altro per sbarcare il lunario».
Non solo Monaco 1972, però. Gianluca Morassi si è soffermato anche su altre edizioni dei Giochi Olimpici, trattati nei suoi precedenti libri. «Quelli di Città del Messico 1968 furono molto particolari, L’inaugurazione si tenne il 12 ottobre, anniversario dello sbarco in America di Cristoforo Colombo, ma dieci giorni dopo la strage di Piazza delle Tre Culture. Quel giorno, secondo il governo, morirono 34 studenti. Il numero reale, però, era di quasi 300. Nel Paese c’era un forte movimento universitario, che protestava contro la stessa organizzazione delle Olimpiadi, mentre mancavano ospedali, scuole e strutture per la popolazione. Furono poi Giochi molto particolari perché si tennero in altura. Tutte le gare di fondo furono svantaggiate, la velocità e i salti avvantaggiati. Ho voluto raccontare di Peter Norman, secondo nella finale dei 200 metri e sul podio con Tommie Smith e John Carlos. Era australiano, e partecipò alla loro protesta indossando la spilla del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Ma per questa sua presa di posizione fu pesantemente ostracizzato in patria».
Un destino che lo accomuna in un certo senso con Emil Zatopek, altro eroe dello sport raccontato da Morassi: «A Helsinki 1952 divenne un autentico idolo cecoslovacco, tanto da essere usato dal regime per la propaganda. Anni dopo, però, difese il popolo in occasione della rivoluzione di Praga. Nel 1968, ai tempi dell’invasione sovietica, lui sin dall’inizio si schierò con Dubcek e per questo fu preso di mira sia dai sovietici che dal governo cecoslovacco. Da eroe fu emarginato, da agosto si unì alla resistenza e lesse comunicati nelle radio libere. Addirittura divenne vittima di un complotto, i servizi segreti dissero che fu lui a indurre al suicidio Jan Palach. Lui dimostrò che non era vero, ma fu arrestato e fu mandato per 3-4 anni in miniera. Poi divenne netturbino, nel tentativo di farlo finire nel totale oblio. Ma la gente anziché restare impassibile gli dimostro solidarietà, tutti gli diedero una mano. Quindi fu dirottato a misurare le distanze tra i pali del telefono in campagna».
Infine Morassi ha parlato di Abebe Bikila, maratoneta etiope che vinse la storica maratona di Roma 1960, e di David Burghley: «Bikila conquistò a Roma il primo oro africano alle Olimpiadi. Prima di lui chi ci era riuscito aveva partecipato alla competizione per la Francia o altre nazioni europee. Rappresentò il nuovo che avanza nello sport e non solo, in un’epoca il cui si stava definitivamente superando il neocolonialismo. Burghley, marchese di Exeter e presidente della IAAF ai tempi delle Olimpiadi di Roma, fu raccontato anche nel film Momenti di Gloria. L’ostacolista che non deve far cadere i bicchieri di champagne è lui. Il film si apre con due studenti che corrono il perimetro di Cambridge, lui unico a percorrerla entro il dodicesimo battito di orologio. Insieme rappresentarono il nuovo che avanza, con il vecchio sport che lascia il testimone all’emergente sport africano. Burghley aveva vinto l’oro nei 400 metri ostacoli ad Amsterdam 1928 e a Roma premiò Bikila. Ma anche Smith, Norman e Carlos a Città del Messico 1968. Suo grande avversario fu Luigi Facelli, che al suo contrario era molto povero. Faceva il soffiatore di vetro, lo scoprirono al fronte. Lui e il Marchese si conobbero ai campionati britannici che al tempo erano Open, cioè aperti anche agli atleti esteri. Alle Olimpiadi di Amsterdam perse, ma nei confronti diretti era sul 7-3 con Burghley. Quest’ultimo fu centrale nell’organizzazione di Londra 1948, cui l’Italia partecipò nonostante i recenti fatti della Seconda Guerra Mondiale. Da presidente IAAF invitò Facelli, che però si fece tradurre la sua lettera da un fanfarone del bar. Pensò quindi che volesse solo salutarlo, ma il suo amico-rivale in realtà gli aveva regalato i biglietti aerei di andata e ritorno proponendogli anche di ospitarlo per l’intera durata dei Giochi. Quando Facelli non si presentò a Londra, addirittura chiese di lui alla delegazione italiana già il giorno dell’inaugurazione. Solo in quel momento apprese che non lo avrebbe visto».
Da sinistra: Nicola Roggero e Gianluca Morassi con Paolo Marabini,Presidente dell’Associazione Culturale Nerio Marabini a cui è intitolata la Biblioteca dello Sport di Seriate (credits: Pernice Editori)




