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Integrazione 3 Marzo 2026di Eugenio Sorrentino

Alfonsina Strada e la sua corsa per l’emancipazione

La Biblioteca dello Sport “Nerio Marabini” di Seriate racconta il ciclismo attraverso un migliaio di volumi a cui attingere per ripercorrerne la storia ultrasecolare, ospitando periodicamente le testimonianze dei grandi protagonisti delle corse in bicicletta. Un percorso di cultura sportiva che si arricchisce nel 2026 con una trilogia di piece teatrali, dal titolo “Libertà, una grande corsa a pedali”, portata in scena, tra libri e cimeli, dall’attrice bergamasca Federica Molteni. Tre momenti densi di significato: la Giornata internazionale della donna, la Festa della Liberazione e la Festa della Repubblica. Il primo degli appuntamenti, nella settimana che precede l’8 marzo, è stato dedicato ad Alfonsina Strada, prima e unica donna a correre insieme agli uomini il Giro d’Italia, nel 1924, in quella che è stata definita una corsa per l’emancipazione. Una figura femminile, esempio di carattere, dignità e orgoglio, che sfidò il maschilismo sportivo partecipando a una edizione della corsa a tappe disertata per ragioni economiche dai grandi campioni come Girardengo e Bottecchia, in cui finì per essere l’eroina acclamata dalla folla benché maglia nera. L’attrice Federica Molteni l’ha rappresentata in un monologo intenso, offrendo una chiave di lettura fedele ai dettati dell’epoca, unendo le fasi della vita di una donna, figlia di contadini, che aveva iniziato a pedalare nella campagne bolognesi tra Fossamarcia, dov’era venuta alla luce il 16 marzo 1891 dalla famiglia Morini, e Castenaso, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1895. La diversità di Alfonsina l’aveva resa unica. Una giovane ragazza che preferiva la corsa alle gonne e la cui esistenza arrivò ad una svolta quando il ruvido patriarca, che la voleva nei campi e ricamatrice, una domenica del 1901 tornò a casa in sella a una bicicletta, un oggetto molto ambito all’epoca che non tutti potevano permettersi. Federica Molteni si  fa interprete fedele dell’emozione che dovette sopraffare Alfonsina, ondulando l’intensità del racconto e riflettendone il pensiero. “La bicicletta è libertà e maestra perché insegna a vivere”.

Per molti mesi, di notte, familiarizzò con la bicicletta e raddoppiò il suo lavoro di ricamatrice per mettere insieme la somma necessaria a comprare una bicicletta usata a Bologna. Quando vi si recherà, ne vedrà parcheggiate tante fuori dalla bottega “come vacche all’abbeveratorio”. Non una bici da donna, perché sentiva di essere una ciclista. Quella sortita a Bologna le aprì opportunità impensate e fu così che tornò a casa con un nuovo lavoro e una nuova bicicletta, da corsa. Vinse la sua prima gara, a Prunaro, e fu premiata con un maiale. E in paese la chiamavano “diavolo in gonnella”.  Nel 1908 il ciclismo era uno sport per uomini coraggiosi che pedalavano per centinaia di km su strade sterrate. Ma c’erano anche donne che primeggiavano con altre donne.

E al Parco del Valentino a Torino, da outsider, sopravanzò all’ultimo giro la favorita Giuseppina Carignano, la principessa a due ruote, vedendosi riconosciuta dalla Gazzetta dello Sport come migliore ciclista italiana. Insieme al successo arrivò anche l’amore, sposando Luigi Strada e assumendone il cognome con cui sarebbe stata ricordata.

S’impose a Emilio Colombo, direttore della Gazzetta, facendogli nota che il regolamento del Giro d’Italia non negava la partecipazione delle donne. Partì, con il resto del gruppo di tutti uomini, alle 3 di notte del 10 maggio 1924. Nell’elenco degli iscritti figurava come Alfonsin Strada: le avevano troncato il nome di battesimo.

Nel suo monologo, l’attrice Federica Molteni la impersona con una forte intensità d’animo e impronta vocale marcata per rifletterne la determinazione e la voglia di farcela. Nella prima tappa, una caduta, la bici danneggiata e l’aiuto di uno sportivo suo ammiratore, che le permise di arrivare a Genova, da terz’ultima a due ore e mezza dal vincitore. Da Genova a Firenze, con due ore e 11’ di ritardo, Alfonsina ne lasciò indietro 11, poi 57esima da Firenze-Roma, dove ricevette l’omaggio del Re d’Italia. Seguirono gli arrivi a Napoli, Potenza, Taranto, Foggia, dove arrivò per la prima volta ultima. Durissima la frazione da Foggia a L’Aquila durissima, poi quella successiva fino a Perugia sotto la pioggia quando le si spezzò il manubrio della bicicletta. Vibra la voce di Federica Molteni quando riflette la tempra della ciclista. “Arrivare fino in fondo non è un capriccio e neppure un’ossessione, ma un sogno”. Alfonsina ripartì con un manico di scopa per arrivare 18 ore dopo la partenza e finendo squalificata perché fuori tempo massimo. Ma la sollevazione popolare costrinse gli organizzatori a riammetterla in gara. La tappa seguente finiva a Bologna. La folla era pronta ad accoglierla. E pure la sua famiglia. Quell’anno solo 30 ciclisti su 90 finirono la corsa: 3613 km in 13 lunghissime ed estenuanti tappe. Dall’anno seguente il Giro venne vietato alle donne. Ma Alfonsina Strada era riuscita nell’impresa di portarlo a termine.

La sua corsa leggendaria è diventata patrimonio degli sportivi e Federica Molteni ha aggiunto un’altra perla, rappresentando una piccola, grande storia, con una recitazione che avrebbe la stessa risonanza se traslata dalla scena al parlato radiofonico. Il talento dell’attrice bergamasca sarà riproposto agli amici della Biblioteca dello Sport “Nerio Marabini” di Seriate il 27 aprile con un ritratto di Gino Bartali e il 3 giugno ancora sul grande campione, Giusto tra le Nazioni, insieme alla moglie Adriana, a 80 anni dal primo voto alle donne.

L’attrice bergamasca Federica Molteni, autrice e interprete del monologo sulla storia della ciclista Alfonsina Strada, portata in scena alla Biblioteca dello Sport “Nerio Marabini” di Seriate (Ph: Pernice Editori)

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Federica Molteni con Paolo Marabini, fondatore della Biblioteca dello Sport “Nerio Marabini” (Ph: Pernice Editori)