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Eventi 27 Febbraio 2026di Marco Enzo Venturini

Le storie di Ilaria Galbusera e Oney Tapia al Rotaract

La storia di due grandi atleti, ma soprattutto due persone che hanno avuto la forza, la costanza, la resilienza e il coraggio di eccellere nello sport senza che la loro diversità costituisse un elemento di eccezionalità o, ancora peggio, di separazione. Piuttosto una fonte di arricchimento per sé stessi e magari di ispirazione per tutti noi. È la storia che hanno condiviso nel corso del VI Conviviale del Rotaract Club Bergamo il vincitore della medaglia d’oro nel lancio del disco ai Mondiali paralimpici di Kobe e ai Giochi paralimpici estivi di Parigi, Oney Tapia, e la capitana della Nazionale Pallavolo Sorde Ilaria Galbusera, medaglia d’argento ai Deaflympics nel 2017 e 2022, oro agli Europei 2019 e bronzo a quelli del 2023.

L’incontro, dedicato allo «Spirito Olimpico Bergamasco», è stato chiaro nelle sue intenzioni sin dalla presentazione: «Una serata dedicata alla forza dello sport, alla resilienza e alle storie che ispirano». Qui si sono raccontati Oney e Ilaria, ancor prima che i campioni Tapia e Galbusera, illustrando le sfide, le difficoltà, il riscatto e le conquiste che la loro rispettiva condizione ha permesso loro di conseguire. Senza però omettere una riflessione utile per chiunque a proposito di due concetti sui quali troppo raramente ci soffermiamo: il silenzio e l’aiuto.

Entrambi tra i protagonisti de «Il cuore oltre l’ostacolo, rinascere con lo sport», libro curato da Federico Biffignandi che racconta la rinascita umana e sportiva di venti atleti paralimpici italiani, la loro storia inizia in realtà da punti di partenza molto diversi. Ilaria Galbusera, classe 1991 di Sorisole, è nata sorda da una famiglia che conosce bene tale condizione: anche il papà è sordo, mentre la mamma è figlia di sordi. Convive quindi con la sua disabilità da sempre, mentre i suoi cari hanno avuto modo di individuarla quando Ilaria aveva appena 7 mesi di vita. I suoi percorsi di logopedia, musicoterapia e lettura labiale si sono però rivelati ostacoli meno insopportabili rispetto al confronto con i compagni di scuola. «Ero vittima di bullismo, molto isolata e discriminata – ha raccontato -. Mi mancava completamente una rete sociale, mangiavo le merendine da sola. Ma soprattutto mi sentivo costretta a portare sempre i capelli legati in una coda bassa, per coprire le orecchie e non far vedere le mie protesi. Che sicuramente erano diverse da quelle utilizzate oggi, ma mi apparivano davvero brutte. Mio fratello Roberto, che ha quattro anni più di me, socializzava meglio e faceva sport. Nello specifico giocava a pallavolo. Siccome volevo fare tutto quello che faceva lui, ci ho provato anch’io. Il mio cambiamento si è realizzato tramite il campo, da bambina a ragazza fino alla donna di oggi. Ero molto timida e chiusa, la scuola mi aveva chiusa. Grazie all’incontro con le compagne ho però capito di avere un posto nel mondo. Farmi la coda alta è stato il punto di svolta, ero finalmente fiera di quello che sono».

Oney Tapia, invece, non è nato cieco: «Sono arrivato in Italia che avevo 27 anni (ne ha compiuti 50 proprio il 27 febbraio, ndr). Tutto è cambiato il 25 maggio 2011, giorno in cui sono stato vittima di un infortunio sul lavoro. Lì ho imparato qualcosa, non che prima non lo sapessi, ma ho dimenticato il fatto di esistere. Macchine, moto, oggetti che possiamo comprare con i nostri soldi, sono cose che ci distraggono. Ho dovuto invece girare il riflettore verso l’interno, scoprendo una grande ricchezza. Ce la abbiamo tutti, purtroppo lo scopriamo solo quando arriva un problema. Ma l’organismo reagisce, come se trovasse una fonte di sopravvivenza. Non avevo mai visto un cieco fare sport in tutta la mia vita, mi veniva da ridere solo il pensiero. Sono però andato al Circolino, ospite del Rotary di Città Alta, era il 2013. E mi si è aperto un universo. Sono loro ad aver avviato la mia carriera sportiva paralimpica, a Siracusa mi hanno convinto a tirare un disco e ho fatto subito il record italiano. Dovevo solo essere deciso su cosa fare nella vita, solo io avevo questo potere. Il primo gradino da superare siamo noi stessi. Appena superati i primi ostacoli, ho capito che potevo raggiungere degli obiettivi e mi sono sentito sempre più forte. Oggi vivo per quello, lavorare sul punto di forza e superare le debolezza».

Per entrambi ha quindi avuto un grande peso il legame con il territorio di Bergamo, e una prima sfida è stata l’impatto con la lingua. Ilaria Galbusera, che da Sorisole si è trasferita nel capoluogo da quando aveva 9 anni e che da sorda ha imparato a parlare assumendo la cadenza locale: «Sono molto legata alla città, al punto tale da aver assunto l’accento bergamasco!», ha sottolineato con un sorriso. Per Oney Tapia, nato a L’Avana nel 1976, si è trattato invece di uno shock culturale: «Ero in Italia dal 2003, e sono arrivato in questa città potente in cui tutti parlavano bergamasco. All’inizio non capivo, mi sembrava francese. Mi ero messo a studiare italiano alla CGIL di via Garibaldi, poi uscivo da lì e non capivo perché tutti parlassero un’altra lingua. Ho fatto l’idraulico, il muratore, il giardiniere, tutti i miei colleghi parlavano in dialetto e non capivo nulla. Era tutto diverso da Cuba, non avevo nemmeno mai visto così tanti camion. Poi in pochi avevano il colore della pelle come il mio, e mi riconoscevano subito. Questo impatto è stato fortissimo e molto brusco, in una realtà totalmente diversa rispetto alle mie abitudini. È questo a fare la differenza, quando viviamo una realtà diversa dalla nostra diamo più valore a quello che abbiamo. Ho potuto conoscere meglio me stesso, condividendo quello che ho imparato a Cuba con coloro che ho incontrato lungo il mio percorso».

I grandissimi risultati a livello nazionale e internazionale nello sport, non rappresentano però l’unico motivo di orgoglio per loro. E forse nemmeno il principale. «Ho dovuto sviluppare capacità diverse rispetto ai normodotati. Ma il mio è stato un adattamento alle difficoltà, come avviene per tutti – ha sottolineato Ilaria Galbusera -. Ma ho sviluppato anche sensibilità ed empatia, sentirsi discriminate sviluppa il desiderio di combattere contro ingiustizie e pregiudizi. Bisogna sempre mettersi nei panni degli altri e accogliere tutti, facendoli sentire inclusi. Credo molto nello sport come strumento di inclusione, soprattutto per la disabilità. Mi occupo tanto di sociale, ho anche ricevuto un’onorificenza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il mio impegno sociale e sportivo (è stata nominata all’Ordine al merito della Repubblica italiana dal Palazzo del Quirinale, ndr). Trovo che sia davvero importante dare il proprio contributo per il benessere delle persone, di qualsiasi natura siano i loro problemi. Ma soprattutto, dopo i problemi che ho affrontato nel corso della mia infanzia, sono serena».

«Fuori dal campo i miei risultati sono arrivati grazie a un durissimo lavoro di squadra, grazie ai miei cari e alla mia famiglia – ha invece osservato Oney Tapia -. Più profondo ancora è però il senso di gratitudine che mi dà lavorare con i bambini, per i quali faccio il mental coach. E vederli diventare autonomi è la cosa più bella. L’insegnamento che ne ho tratto è cercare di vincere, ma tenendo sempre i piedi per terra. Non mi fermo davanti a niente, approccio che ritengo sia educativo anche per i miei figli. Ogni obiettivo si raggiunge tramite il sacrificio». E anche la solidarietà e l’aiuto può essere declinato male, sebbene in buona fede: «Mi è capitato che stessi aspettando il bus in Porta Nuova. Una donna, compresa la mia condizione, mi ha accompagnato ma ci siamo accorti in seguito che non ero salito sul bus che mi serviva. Se volete essere davvero d’aiuto, presentatevi. Dite chi siete, dite che volete stringere la mano o che state passando un oggetto. In questi casi è fondamentale il dialogo».

Ma anche rispetto e comprensione, da declinare in empatia (la parola preferita di Ilaria Galbusera in LIS, la lingua dei segni italiani). Ad esempio, secondo l’esperienza della campionessa di pallavolo, per quanto riguarda il valore del silenzio: «So che per tanti è fonte di preoccupazione, paura, forse addirittura pericolo. Per me invece è pace. Ci sono giorni in cui non vedo l’ora di tornare a casa, togliermi le protesi e godermelo». «Per me invece il silenzio è equilibrio – le ha fatto eco Oney Tapia -. A Bergamo ci sono semafori sonori, per esempio in via Torquato Tasso. C’è stato un periodo in cui però hanno messo dei cantieri, il cui rumore non mi permetteva di sentire il semaforo. Sono stato minuti interi senza capire quando poter passare, senza più riferimenti. Le orecchie mi permettono di vedere, in un certo senso, e in una situazione del genere mi sono sentito completamente cieco».

Oney Tapia e Ilaria Galbusera ospiti del Rotaract Club Bergamo (credits: Pernice Editori)