Mattioli racconta la Treviglio del basket

Simone Fornoni |

Da Bob Lienhard, l’asso che venne da Cantù, al sogno della serie A: “Non è un libro, ma il mio terzo diario. In prima persona, solo quello sulle Nazionali. Il basket a Treviglio, anche se da co-fondatore, meglio in terza, nonostante il coinvolgimento emotivo profondissimo. Un basket fatto con pochi soldi e tanta testa”. Parola di Alberto Mattioli, commerciante storico in città, socio fino al 2012 del pensionamento ma figura di riferimento eterna, uno che insieme ai numeri parla anche di volti, al di fuori del testo scritto perché è il cuore a raccontarli: “I miei collaboratori storici Carlo Balini che curava il settore giovanile, il co-autore Emilio Pozzi, presidenti come Giuseppe Rivoltella che era un dirigente della Banca Popolare di Milano, uno di quelli che non ci sono più a cui è dedicata l’opera, Domenico Ronchi che era un pezzo grosso della Farchemia, Piervincenzo Mazza e Gianfranco Testa. La nostra è una storia di uomini e di grandi traguardi”.

Gli stessi che emergono anche dalla sua ultima opera, “Amò quìndes.. alura i è cinquanta! Mia poche!” (Ancora quindici, allora sono cinquanta! Non pochi!), dedicata alla società denominata Blu Basket: “In origine era l’Or.Sa., acronimo di Oratorio Salesiani, è lì che siamo nati. Dei 511 match disputati begli ultimi 15 anni, chiusi con l’annata del Cinquantesimo, c’è tutto, tabellini in primis. Manca solo il dato dei rimbalzi di Matera del 4 ottobre 2015: scout saltato, un mistero, nessuno ce l’ha”. Il nume tutelare della palla a spicchi nel centro della Bassa è animato dall’orgoglio del pioniere: “Nel frattempo è cambiato tutto, per la raccolta di dati non c’è mica sempre stato il computer con internet. Dei giocatori che hanno fatto epoca segnalo Alberto Rossini, partito da qui per arrivare in azzurro, ora team manager dell’Olimpia Milano, e un altro che non è più tra noi, il grande Lienhard, del Bronx ma di famiglia svizzero-tedesca, da pronunciare rigorosamente con la I, canturino dentro per matrimonio. Ci raggiunse in C2 perché, ormai cittadino italiano, per le regole di allora poteva giocare da nostro connazionale solo partendo da quella categoria. Due promozioni di fila, indimenticabili”, ricorda Mattioli, bresciano (“Il confine delle Province non ci ha mai reso mantovani”) di Castiglione delle Stiviere. Uno che alla scientificità delle cifre è legato a doppio filo: “Insegnavo ottica fisica a Pieve di Cadore dove ho anche trovato moglie, attualmente vivo per metà anno a Rocca Pietore nelle mie amate Dolomiti ladine. In occasione del Trentacinquesimo della pallacanestro trevigliese, il titolo del libro fu ‘1010×35’, dove il primo è il codice di affiliazione alla Federazione Italiana Pallacanestro. Una costante, abbiamo sempre mantenuto lo stesso, una grande rivalsa in un’epoca con sempre più fusioni societarie. Ne stampammo milledieci copie. Con Bergamo, il capoluogo, che pensava che saremmo spariti”.

Il percorso del club, ridenominato Bergamasca Country nel 1986 dopo aver assorbito Osio Sotto e nel ’99 Treviglio Basket, ha conosciuto due tappe fondamentali: “La pressione popolare, quella dei tifosi, ha portato all’edificazione del palasport Zanovello, 48 partite filate imbattuti, in teraflex perché i salesiani facendoci entrare i loro studenti non potevano investire nel parquet che si sarebbe rovinato, e da oltre un quarto di secolo il ‘Città di Treviglio’ dedicato alla memoria di Giacinto Facchetti dopo la sua scomparsa. Partimmo con gli Juniores nel 1971, l’anno dopo la scalata dalla Prima Divisione. Con la B dovemmo emigrare a Cassano d’Adda: siamo periferici, ma tenaci”. Già, ma l’altro “diario”? “Si intitolava 12:4=2, con sottolineatura rossa da maestra. Il resoconto dei miei 12 anni da responsabile delle squadre nazionali Fip. Un calcolo sbagliato, perché in un ciclo da 3 Olimpiadi e altrettanti Mondiali ne facemmo soltanto due”. Poesia in numeri di Alberto Mattioli, primavere 78, Il Basket a Treviglio per antonomasia.

Una vecchia formazione del Basket Treviglio (credits: Blu Basket Facebook)

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