Il primo anno di Pagliuca nella Dea

Fabrizio Carcano |

Un anno fa l’Atalanta diventava a maggioranza americana. Era sabato 19 febbraio, vigilia della trasferta a Firenze. L’accordo in realtà era già stato raggiunto da diverse settimane e venne ufficializzato solo dopo una serie di adempimenti burocratici. Stephen Pagliuca, alla guida del fondo d’investimenti Capital Bain, rilevava il 55% del pacchetto azionario della Dea srl dalla famiglia Percassi, che conservava sostanzialmente il restante 45% e le cariche apicali di presidente con Antonio e di ammistratore delegato con Luca. In quel momento la notizia aveva sorpreso e spiazzato: l’Atalanta nella sua storia aveva avuto solo proprietà bergamasche, a km zero, e quasi tutti i proprietari statunitensi che avevano investito nel calcio italiano avevano deluso le aspettative delle rispettive piazze, con pochi investimenti e risultati modesti.

La partnership tra Pagliuca e Percassi è nata su presupposti diversi, in primis senza finalità immobiliari del co chairman di costruire nuovi stadi, come avvenuto in quasi tutte le altre realtà calcistiche italiane. Non solo, Pagliuca, che da imprenditore ha investito anche nel basket professionistico, nella franchigia dei Boston Celtics, pur monitorando ogni passaggio, non ha voluto prendersi il ruolo di ‘attore protagonista’ e ha di fatto delegato la gestione tecnica ai Percassi, lasciando a loro il mercato, la conduzione della prima squadra e del settore giovanile, pur inserendo una figura dirigenziale di riferimento come Lee Congerton, figura peraltro concordata con i Percassi, che con il manager gallese avevano già lavorato nel 2020 in occasione della cessione di Castagne al Leicester e successivamente in altre trattative come quella per Gosens, poi sfumata, nell’estate successiva. Un anno dopo l’ingresso del co chairman Pagliuca si può tracciare un bilancio positivo sotto ogni aspetto. In primis ovviamente quello dei conti, con un bilancio in attivo e un mercato importante da oltre 90 milioni in acquisti e praticamente quasi nullo nelle cessioni, decise solo per ragioni tecniche, di Freuler e Malinovskyi.

Non solo, gli investimenti per giocatori giovani e di prospettiva come Hojlund, Lookman, Ederson (e si spera anche Soppy),oltre al riscatto di Demiral, hanno messo le basi concrete, insieme alle conferme dei gioielli già presenti come Koopmeiners o Scalvini, per una serie di possibili plusvalenze a cifre stratosferiche.

Positivo anche il bilancio sportivo, con un rapporto consolidato con Gian Piero Gasperini (invitato a novembre a Boston per vedere dal vivo la realtà, anche organizzativa, dei Boston Celtics), e una gestione della prima squadra senza interferenze o intromissioni societarie che sta portando ai risultati sotto gli occhi di tutti, con una squadra terza in classifica e in corsa per tornare in Champions League, vero obiettivo peraltro della proprietà mista americana- bergamasca, per innescare ulteriori entrate consolidate e poter così ampliare gli investimenti di mercato.

Pagliuca, venuto a Bergamo più o meno ogni bimestre, ha saputo non snaturare la realtà dell’Atalanta e i Percassi a loro volta, pur mantenendo le solide radici bergamasche, hanno saputo internazionalizzare il club, strutturandolo anche per consolidare una partecipazione duratura alle coppe europee, imparando anche dalle esperienze acquisite confrontandosi, sul campo di gioco e fuori, con realtà non metropolitane come Borussia Dortmund, Lipsia o Villarreal, società provinciali che da anni sono protagoniste ad alto livello continentale pur senza essere espressione di grandi realtà come Londra, Parigi o Madrid.

Stephen Pagliuca in tribuna al Gewiss Stadium nel novembre ‘22 (Ph: A. Mariani)

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